Il palloncino verde

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Poco più di un mese fa parlavo con mamma della prima promessa ed ecco, guardo dalla finestra, e vedo un palloncino verde che si solleva in cielo proprio in direzione del cimitero…

Non so, non lo so papà, da dove lo hai fatto uscire fuori, so, però, che mi ha trascinato sul balcone e mi ha incollato gli occhi a lui finchè non l’ho visto sparire nel nulla, così come dal nulla era partito…

Era un tuo modo per farmi capire che ci sei, che mi sei accanto, nonostante questo vuoto immenso che sento…

Lo so che ci sei, razionalmente lo so, ma il mio cuore ha bisogno anche di questi piccoli segni tangibili e tu ne sei consapevole perché mi conosci fin troppo bene e, allora, ecco che mi vieni in sogno, allegro, con delle buste piene di roba e vieni a buttarci giù dal letto: “Su!!! Che cosa fate ancora qui? È ora di alzarsi, di prepararsi perché c’è in programma una grande festa!!!”… E tu eri allegro, sorridente… ed io sono qui a piangere…

Non so cosa mi è preso oggi, proprio nella doccia, sentivo l’acqua calda scendere e a lei si mischiavano le mie lacrime e non so che cosa bruciava di più… e non so se bruciava più fuori o dentro…

L’acqua, ad un certo punto, mi è sembrata simile ad un tuo abbraccio, era consolante, era come se volesse dirmi: “Stai tranquilla, non è successo niente, io sono qui”… Ma più avvertivo dentro di me queste “parole”, più mi sentivo senza forze, svuotata, smarrita…

Tu lo sai, papà, tu lo sai, che cosa ho in cuore: sai quante incertezze attraversano la mia vita, sai quante preoccupazioni, conosci le mie apprensioni e le mie più profonde paure, che spesso si trasformano in angoscia… Ma sai già anche come andranno a finire, come si trasformeranno, a cosa porteranno e proprio perché lo sai mi sembra di vederti, come quando da bambina, facevi finta di prendere in mano una farfalla (di cui ho sempre avuto paura e ne ho tuttora) e fingevi di buttarmela addosso… Io ti guardavo tra il terrorizzato e l’arrabbiato a morte e poi ti vedevo ridere… Vedevo i tuoi occhi che si chiudevano e sentivo la tua risata e le tue parole: “Vedi? Non è niente!!! Ed anche se ci fosse stata davvero la farfalla, sarebbe stata sempre più piccola di te!!!”….

Oppure, ti sento ancora, che mi dici: “Stai morbida, non ti irrigidire, lasciati andare e cullare dall’acqua!”, così come mi dicevi quando cercavi di insegnarmi a fare il morto a mare… “Se ti irrigidisci affondi, se stai morbida, sarà l’acqua stessa a tenerti su!”… Ma io non ho imparato, papà, non ho imparato a stare morbida: sono sempre un pezzo di marmo che fa tanta ma tanta fatica a farsi scolpire e modellare…

Non è vero che i bambini non ricordano, non è vero che i bambini dimenticano con il passare del tempo… non è vero!!!

Non si dimentica niente, non si dimentica come andare in bicicletta, non si dimentica come mantenere l’equilibrio sulle due ruote: quel che è estremamente difficile è mantenere quell’equilibrio nella vita, nella vita di tutti i giorni, nelle sfide che essa ti pone davanti, nelle delusioni che, come macigni, ti pesano sulle spalle, nelle speranze svanite…

Non si dimentica l’amore immenso di un genitore e lo si cercherà per sempre in lungo e in largo finchè avremo vita, scoprendo di poterlo rincontrare solo al centro del nostro cuore, lì dove si è depositato e da dove ci accompagnerà per sempre…

Caro papà

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Caro papà…

Si avvicina il momento più importante della mia vita e tu non ci sei, non è una recriminazione, non voglio fartene una colpa, è solo una constatazione ed una necessità di esternare delle emozioni, delle mancanze che fanno male, feriscono come una lama affilata e rischiano di provocarmi una nuova emorragia dalla quale non riuscirei ad uscirne viva questa volta…

È tempo di preparativi qui, sai, ho un sacco di lavoro da fare, sono stanca, stanca fisicamente, ma ancor più psicologicamente…

Mi chiedo come sarebbe questo periodo se tu fossi ancora qui con me, mi chiedo se tutto sarebbe più leggero, più allegro, più spensierato…

Oggi ho iniziato a mettere a posto la mansarda con Pietro e mi è passato tra le mani un attestato in cui io, bambina, ti davo il diploma in “Miglior Amico degli Animali”… Non ho potuto non piangere rivedendo in quel foglietto la “me-bambina”, ignara ancora di cosa fosse la sofferenza, quella vera, di cosa fosse la perdita (quella terribile, atroce, indicibile) di un genitore, quella perdita che ti cambia per sempre… Non ho potuto trattenere le lacrime, e no, non si può fare quando il passato ed il presente si sfiorano così di improvviso, ma con in mezzo un vuoto: quello che tu hai lasciato, papà…

Vorrei parlarti un po’ di me: sai, sono cambiata molto dall’ultima volta che ci siamo visti… In quasi vent’anni si cambia tanto sai, mi hai lasciato a vent’anni, mi ritrovi quasi a quaranta…

Ho fatto tanta strada, ho preso tante scelte e tante decisioni, ho commesso molti moltissimi errori… Ho lasciato perdere l’inglese, sai? Mi sono laureata in spagnolo ed è stato un bel giorno quello della laurea, sono anche riuscita a non piangere, nonostante tu non ci fossi… Mi sono anche abilitata e specializzata nel sostegno… Sì, ora sono un’insegnante, come te… cioè, più o meno, non sarò mai come te, come te che, anche ora che non ci sei più da quasi vent’anni continui ad esserlo per me…

Anche ora continui ad insegnarmi delle cose: mi insegni che la morte può e deve essere una nuova nascita e tu, con la tua, hai dato un senso nuovo alla mia vita; mi insegni che non mi devo mai arrendere, perché tu non lo hai mai fatto; mi insegni che la vita è bella sempre e comunque e che va vissuta, anche quando fa terribilmente male; mi insegni che ciò che conta non ti abbandonerà mai, perché trovi il modo di farmi sapere che ci sei anche tramite un semplice salto nel passato; mi insegni che sono quella che sono perché porto in me una parte di te che non morirà mai finchè io resterò in vita; mi insegni che il tuo fisico non è accanto a me, ma la tua anima sì, sempre, e che non sarà il tuo braccio a condurmi all’altare, ma che in Danilo ci sei tu per metà, quindi ci sarai…

Sai, papà, per me non sarà la stessa cosa, nonostante tu cerchi di convincermi del contrario, la tua assenza mi fa male, non sai cosa darei per averti qui ora, in questo momento, e non sai quanto mi dispiaccia che tu ora stai soffrendo a vedermi in questo stato…

Ho conosciuto tanta gente da quando mi hai lasciato, tanta gente che mi ha dato tanto, gente che mi ha voluto bene e nella quale io ho sempre cercato un pezzettino di te…

Ricordo ancora quando, su un autobus a Roma, ho visto un pollice identico al tuo e, per un attimo, mi sono illusa di averti ritrovato, ho seguito lentamente quel braccio, fino ad arrivare al viso, ma quello no, papà, non era il tuo e, allora, ho preferito riportare la mia attenzione su quel pollice ed illudermi che un pezzo di te era ancora accanto a me… ma, poi, il pollice è sceso prima di me, insieme al suo proprietario e tu, di nuovo, non c’eri più…

Forse non smetterò mai di ricercarti, smembrato in chiunque incroci il mio cammino: cerco la tua protezione in una persona, i tuoi occhi in un’altra, le tue mani, il tuo cuore, la tua voce, l’attaccatura dei tuoi capelli, il tuo odore…

Tra i tanti ricordi della soffitta, due vecchie foto di te e mamma in viaggio di nozze…

E già, lì ero io a non esserci ancora… Ma tu, forse, non sentivi la mia mancanza perché non mi avevi ancora conosciuto… Ma conoscere qualcuno, amarlo e poi perderlo fa tanto male, papà, lacera l’anima…

Ho anche ritrovato un tuo cappello… ho provato ad abbracciarlo, ad annusarlo, ma no, tu non c’eri più: non c’era più il tuo odore, non c’era la consistenza del tuo corpo….

Dove sei papà? Dove sarai il 16 ottobre?

Dov’eri quando ho scelto il vestito da sposa, di’ un po’, mi hai visto? Ti sono piaciuta? Ero così come tu mi avresti immaginato? Ci somigliavo lontanamente? Somiglio vagamente all’idea che avevi di me? Ho rispettato qualcuna delle tue aspettative?

Sei fiero di me, papà? Puoi perdonare i miei errori? Puoi aiutare me a perdonarmi per ciò che non accetto?

Chissà come sarebbe la mia vita oggi se tu fossi stato con me, se non mi avessi lasciato così presto… chissà come sarebbe la tua…

Forse, però, è così che doveva essere: tu dovevi soffrire, io avrei dovuto continuare a farlo per il resto dei miei giorni, perché questa ferita, papà, non mi passerà mai…

Forse, però, è così che ci si salva e tu, con la tua sofferenza hai salvato me, che oggi sono quel che sono solo grazie all’immenso dolore che mi hai dato…

Mi hai ridato la vita, mi hai ricondotto a Dio, è questo il vero grande miracolo che hai compiuto in me, svelandomi, dolcemente, il vero senso profondo del mistero della sofferenza….

Le tue ultime parole per me sono state: “Ricordati, nella vita, di usare sempre la testa!!!”

Ci provo, papà, a ricordarmene, ma oggi no… Oggi voglio usare il cuore, solo quello, voglio piangere e stare male, voglio vivere fino in fondo questa emozione, anche se fa male, voglio attraversarla, tutta!!! So che non sarai d’accordo, ma oggi uso solo il cuore…

Da domani, papà, da domani, forse, riprenderò ad usare anche la testa, cercando di tenere fede ad una promessa fatta a te sul letto di morte…

Ti voglio bene e mi manchi, mi manchi da morire…

Non dimenticarti di sederti accanto a me, qualche sera, mentre dormo e, ti prego, fammi una carezza, fatti dire da Dio quanto io ne abbia bisogno, fattelo dire da Lui, perché solo Lui lo sa!!!!

Ciao papà. Ti amo!!!

Il fluire del tempo

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E ti voglio ricordare com’eri: sempre bella, a modo tuo curata, sempre con i tacchi, senza i quali dicevi di sentirti cadere all’indietro…

Quanti sacrifici che hai fatto: tirar su 5 figli, quasi da sola… quanti lavori, quanti chilometri a piedi hai percorso, su e giù, tra casa e campagna… quanta legna hai trasportato sulla tua testa, protetta solo da un po’ di stoffa attorcigliata su se stessa…

Eppure i tuoi capelli erano sempre brillanti, i tuoi occhi sereni, il tuo cuore leggero ed il tuo sorriso sempre pronto, così come una parola buona…

Quante volte ti ho visto salire da noi, quando ancora abitavamo vicini, a portarci un po’ di ortaggi e legumi, prodotti con il sudore della tua fronte…

Quanti pranzi hai preparato e che buone le tue polpette…

Non hai avuto una vita facile, zia: una bimba morta da piccola e della quale tu parlavi sempre con un velo di tristezza nello sguardo; un altro figlio morto da poco e che era così importante e così speciale per tutti noi…

Quanto dolore può provare una madre?

Quanto dolore può provare una donna?

Oggi sono venuta a trovarti e, forse, era meglio se non venivo…

Mi ha fatto male, zia, vederti così, in un letto, piccola, indifesa, senza più forze, neppure per parlare…

Quanto male mi ha fatto sentirti pronunciare le parole: “E’ dura!!!”

Cosa pensi?

Cosa sente il tuo cuore di madre?

Non ho avuto il coraggio di chiedertelo e, forse, è stato meglio così, perché mi pare di sentire profondamente ciò che provi ed è davvero dura, zia, davvero dura…

Sei una parte importante della mia infanzia, che va, sempre più, pian piano, sgretolandosi…

Tutto svanisce come un’immagine in dissolvenza, lasciando dietro sé solo fumo e nebbia fitta…

Virtù eroiche

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Mi sono sempre chiesta cosa fossero davvero, concretamente queste virtù eroiche…

Sì, certo, avrei potuto fare una ricerca su internet, ma ho preferito rispondere a questa domanda, in base a ciò che sento io e lo voglio fare parlandovi della mamma di un mio caro amico, di un amico fraterno, Nicola, che ci ha lasciato l’altro ieri…

Lei si chiamava Rosetta…

Ha sofferto molto nella sua vita, per varie vicissitudini e, da due anni a questa parte si era ammalata di tumore. Tutto questo, però, non è bastato a spegnere il suo splendido sorriso…

Ha sempre affrontato la sua vita con grinta e coraggio, superando le difficoltà con fiducia nel domani, non si è mai arresa, non ha mai imprecato, mai recriminato, non si è mai lamentata per la sua condizione, non si è mai chiusa, non si è mai ripiegata su se stessa, ma ha accettato pienamente la volontà di Dio, avendo sempre un occhio proteso verso l’altro…

Durante il periodo della malattia, non ha mai trascurato di prendere il telefono per chiamare mia madre, (che stava meglio di lei): “Buona sera signora, sono la mamma di Nicola, come state?”

Così iniziavano le sue telefonate… Si preoccupava per mia mamma, per noi… E ti telefonava non per dovere, non perché doveva farlo, ma perché aveva piacere di sentirti, di sapere che stavi bene e lo si leggeva dal tono della sua voce, una voce piccola, flebile, sottile, cortese, dolcissima…

E poi, ancora… “A Nicola mio, vedo che il garage di Danilo è aperto, di certo starà facendo qualche lavoro, vai a dargli una mano…

Noi abitiamo di fronte, se così si può dire… Le nostre case sono lontane, ma in linea d’aria siamo vicinissimi: lei dalla sua vetrata si rendeva conto che mio fratello avrebbe potuto aver bisogno d’aiuto e, allora, mandava il figlio qui da noi a vedere se avevamo necessità di qualcosa, rinunciando lei stessa ad averlo in casa se mai avesse avuto bisogno lei…

E ancora, nell’ultimo periodo della sua malattia, quello più brutto, quello più duro, quello più atroce, quando si trovava in ospedale, io sono andata a trovarla con mio fratello una sera e non stava bene: per la prima volta non ce l’ha fatta a sorriderci e, così, sono andata via molto triste e preoccupata… Lei lo avrà percepito e il giorno dopo ha chiesto a Nicola di chiamare mio fratello: “Nicola, chiama Danilo e digli di dire a Deborath che oggi sto meglio, di non preoccuparsi!!!

Pur nella sua grande sofferenza, lei si preoccupava per me…

Non voleva dare disturbo, non voleva che gli altri si preoccupassero o soffrissero per lei, ha vissuto la sua malattia con quella serena discrezione che ha caratterizzato tutta la sua vita…

Ha vissuto, gli ultimi giorni, in attesa di vedere la nipotina e ce l’ha fatta: è riuscita a conoscerla e a stare con lei per un’ora soltanto… Le ha dato, però, in quella singola ora, tutto l’amore di cui era capace, ha concentrato in un’ora tutto l’amore di una vita intera…

Io voglio ricordarla come l’ho vista una sera dell’anno scorso sulla spiaggia, con quell’espressione di una ragazzina gioiosa, anche se stava già male… se penso a lei oggi, la rivedo così: col viso sereno e disteso, ancora in carne, senza una minima ruga, con gli occhi allegri e vispi, ma profondi ed introspettivi, con il sorriso accogliente di chi sa vivere giorno per giorno le piccole gioie del momento, con le movenze soavi, con le gambe affusolate e quel suo modo gentile di reggersi la testa con una mano mentre parlava dolcemente con noi… Sembrava eterea, già allora si vedeva che era ad un livello nettamente superiore al nostro…

Ricordandovi così, vi saluto, piccola grande signora Rosetta, in attesa di potervi, finalmente riabbracciare e di poter prendere ancora forza dal vostro meraviglioso sorriso…

Grazie per l’esempio che avete lasciato a tutti noi che vi abbiamo conosciuto e amato e che ora sentiamo così forte la vostra mancanza…

Zio Ciccio

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Io non ho mai conosciuto di persona zio Ciccio, ma ne conosco la storia e voglio condividerla con voi…
Ogni anno, in occasione del giorno dei morti, io e la mia famiglia ci troviamo a girare ben 5 cimiteri a far visita ai parenti e agli amici che, fisicamente, non sono più con noi e, come ogni anno, l’anno scorso siamo andati sulla tomba di zio Ciccio, a portargli un fiore e porgere un saluto, ma non lo abbiamo trovato e così, con tristezza, abbiamo recitato comunque una preghiera per lui, ovunque lo avessero messo…
Quest’anno, andando nello stesso cimitero, un pensiero è volato a lui, accompagnato dalla tristezza di non sapere dove fosse… ad un tratto, però, incontriamo il figlio di zio Ciccio e suo genero, li salutiamo e mi dico: “Loro, di certo sapranno dov’è!!!!”. Gliel’ho chiesto e mi ci hanno portato, permettendomi, così, di compiere quei semplici gesti per me così importanti…
E sì, perché, nonostante io non abbia mai conosciuto questo grande uomo, mia mamma mi ha raccontato che quando lei e i miei zii erano ragazzini, i miei nonni avevano avuto problemi al lavoro, li avevano denunciati e loro, ingiustamente, erano stati sospesi dall’incarico, il che ha creato non pochi problemi a tutta la famiglia: avevano 4 figli e, a volte, non sapevano di che mangiare…
Lo zio Ciccio aveva un negozio di alimentari e mia mamma racconta che lui ha detto a mio nonno di andare lì tutte le volte che aveva bisogno e di non preoccuparsi di nulla, così, grazie al suo aiuto i miei nonni sono riusciti a portare avanti la loro famiglia con dignità…
Mia mamma non ha mai dimenticato il bene fatto a tutti loro e, a distanza di tempo, non lo dimentico neanche io: finchè ne avrò le forze, sempre andrò a trovare zio Ciccio al cimitero e pregherò per lui…
Ci vorrebbero anche oggi persone come lui, i nostri santi, quelli che non sono elevati agli onori degli altari, ma che ci hanno fatto del bene e continuano a farcene pregando per noi…
Io sono certa che lui ci vede ancora e ancora ci ama, e ancora ci vuole bene e ci accompagna… Continua ancora a farci del bene, dovunque sia e quest’anno ha voluto che noi potessimo onorarlo con una visita, è per questo che ci ha fatto incontrare il figlio e si è fatto ritrovare…
Il Vangelo oggi parlava chiaro: “Venite, benedetti dal Padre mio, entrate nel Regno preparato per voi fin dall’inizio del mondo. Perché avevo fame e voi mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato dell’acqua, ero straniero e mi avete ospitato nella vostra casa, ero nudo e mi avete dato dei vestiti, ero malato e in prigione e siete venuti a trovarmi!”.
Zio Ciccio ha fatto questo per noi ed ora è al cospetto di Dio…

Anniversari

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Sono stata a letto tutto il pomeriggio ed ancora adesso non ho né la forza né la voglia di alzarmi…
Sono triste oggi, è tutto il giorno che va così: una lacrima scende, lentamente, un’altra la ricaccio indietro, un’altra ancora viene, avidamente, assorbita dal cuscino…
Sento le voci dei bambini sotto la mia finestra, le loro risa, i loro schiamazzi: giocano a pallone e mi riportano un’eco lontana di un’allegria perduta, ormai, nel tempo, quando anch’io, come loro, giocavo per strada, davanti casa, insieme ai miei amici di scuola…
Non c’è spazio, però, oggi per l’allegria nel mio cuore…
Quando ho scritto la data sul quaderno del tirocinio, ho visto che era il 19 aprile 2013…
E sì, sono passati ormai 14 anni da quando il mio papà se n’è andato…
14 anni!!!!
Gli anni dei ragazzi di quella scuola… Una vita, una vita intera…
Anche durante il ricevimento dei genitori non sono riuscita a trattenere le lacrime, quando una mamma parlava del dolore della figlia per la perdita prematura del padre…
Lei descriveva sua figlia ed io ci vedevo me stessa: le stesse sensazioni, gli stessi desideri, lo stesso dolore!!!!
Gente per me estranea, completamente sconosciuta, provava le stesse cose mie: è proprio vero che se c’è una cosa che ci accomuna tutti, indistintamente, è proprio il dolore!!!!
Quel dolore che ci portiamo dentro ormai, come se fosse la coperta di Linus, quel dolore che fa parte di noi, che ci caratterizza, che ci fa essere così come siamo: fragili e sensibili, sensibili al sentire degli altri, delle persone che ci circondano, che incrociano il nostro cammino, senza che neppure, a volte, ce ne rendiamo conto…
Eppure quel dolore è uguale per tutti ed anche le reazioni di una figlia che perde il proprio padre sono uguali per tutti: quel senso di vuoto, di solitudine, di smarrimento, di vita che ti sfugge tra le dita, quel male che ti lacera l’anima rendendola un misero brandello, quella ferita che sanguinerà per sempre…
A differenza degli altri anni, stavolta non mi sono ricordata di questa data appena sveglia, eppure nel tragitto che ho fatto da casa a scuola, per quei 30 minuti, ho pregato per te, papà… Senza neanche sapere perché, eppure si vede che tu avevi bisogno delle mie preghiere, sebbene non avessi ancora realizzato che giorno era oggi…
Ti penso e più ti penso più mi manchi…
Mi manca l’aria oggi…
Non posso essere contenta oggi, non posso stare bene: ho solo voglia di continuare a stare qui, a letto, a godermi il silenzio di un’assenza, ad assaporare anche questa tristezza, fino in fondo…
Del resto, anche lei fa parte di me…

Un uomo semplice

” Per uno di quei cortocircuiti che rendono immortali gli attori, l’infarto che ha ucciso a 54 anni Michael Clarke Duncan ha riportato nelle nostre vite l’immagine di uno dei personaggi più meravigliosamente scomodi della narrativa contemporanea. Il gigante buono del film «Il Miglio Verde» John Coffey. Fu concepito in una notte insonne da Stephen King, che gli volle dare le stesse iniziali di Jesus Christ e in fondo lo stesso destino. Un uomo semplice, dotato di poteri di guarigione straordinari, viene giustiziato sulla sedia elettrica per una colpa orribile che non ha commesso. Potrebbe scappare, non lo fa. Potrebbe odiare, non lo fa.
Ama e cura il suo prossimo in modo sovrumano, eppure è fragile, pieno di paure. Impossibile resistere a ciglio asciutto alla scena dell’esecuzione, quando J.C. rifiuta il cappuccio sugli occhi: «Ti prego, capo, non mettermi quella cosa in faccia. Io ho paura del buio». Ma sono altre le sue parole che mi inseguono da anni: «Sono stanco, capo. Stanco di andare sempre in giro solo come un passero nella pioggia. Stanco di non avere un amico che mi dica dove andiamo, da dove veniamo e perché. Stanco soprattutto del male che gli uomini fanno agli altri uomini. Stanco di tutto il dolore che sento nel mondo ogni giorno. Ce n’è troppo per me. È come avere pezzi di vetro conficcati in testa». Vorrei tanto ovattare la tua sofferenza con la mia stupida leggerezza, J.C. Ma ho imparato, anche da te, che sofferenza e amore sono vibrazioni di una stessa corda. Chi per non soffrire la strappa, non sente più niente. Ed è quella l’unica morte di cui avere paura.”

(Massimo Gramellini, La Stampa. 5/09/2012)

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