Il foglietto

Mentre scartabellavo tra i miei vecchi libri di spagnolo, ho  ritrovato un foglietto volante con su scritta una canzone che ora vi riporterò…
La cosa curiosa è che, non appena mi è venuto in mano quel foglietto, ho subito capito cos’era, ho subito ricordato la scena e rivissuto le stesse emozioni…
Era un periodo buio per me, uno dei tanti che hanno costellato la mia vita, era il periodo di depressione per la morte di mio padre, ma era verso la fine, stavo per venire fuori dal tunnel ed ero in chiesa, ero andata a messa, ero seduta, come sempre, nella parte esterna del penultimo banco a destra ed avevo per le mani il libretto dei canti… Lo stavo sfogliando, così, sovrappensiero, lentamente, senza guardare nulla in particolare, come quando hai lo sguardo fisso e tutto ciò che hai davanti si sgrana, fino a diventare una strana macchia indecifrabile davanti a te e la tua mente vaga chissà dove, approdando su chissà quali lidi…
Bene, proprio allora, ricordo che quella macchia, iniziava a prendere forma, a diventare prima un blocco a strofe e poi, pian piano, parole, lettere…
Lettere che messe insieme davano origine a questa meravigliosa canzone, di cui non conosco neppure la tonalità, né il motivo, ma che mi ha colpita profondamente, perché era come se sgorgasse direttamente dal mio cuore, era come se mi appartenesse da sempre e, così, ho preso dalla borsa quel foglietto, una penna e me la sono ricopiata, per portarla via con me…
Me ne ero completamente dimenticata, finchè non è risbucata direttamente dal passato ed ora, come allora, voglio ricopiarla qui, perché ora, come allora, voglio tenerla con me e condividerla con voi…

MARIA
Era notte davvero, camminavo da solo
aggrappato al mio niente:
sei apparsa, Maria.
Io t’avevo cercato come quando, bambino,
io cercavo una stella.
M’hai asciato lottare, m’hai lasciato pregare,
ma perché fossi un uomo, mi hai lasciato soffrire.
Eri lì sulla strada, t’ho sentito, Maria,
mi bastava, tu c’eri.
Ho capito il vangelo, non potevo sognare,
far discorsi o poesie, bisognava dar tutto.
Nel tuo sguardo ho trovato il coraggio
e la forza per le scelte più grandi.
Oggi il sole è tornato,
sembra facile oggi camminare alla luce
… ma ti chiedo, Maria, resta sulla mia strada,
ho bisogno di te,
tu sei madre davvero.

Un uomo semplice

” Per uno di quei cortocircuiti che rendono immortali gli attori, l’infarto che ha ucciso a 54 anni Michael Clarke Duncan ha riportato nelle nostre vite l’immagine di uno dei personaggi più meravigliosamente scomodi della narrativa contemporanea. Il gigante buono del film «Il Miglio Verde» John Coffey. Fu concepito in una notte insonne da Stephen King, che gli volle dare le stesse iniziali di Jesus Christ e in fondo lo stesso destino. Un uomo semplice, dotato di poteri di guarigione straordinari, viene giustiziato sulla sedia elettrica per una colpa orribile che non ha commesso. Potrebbe scappare, non lo fa. Potrebbe odiare, non lo fa.
Ama e cura il suo prossimo in modo sovrumano, eppure è fragile, pieno di paure. Impossibile resistere a ciglio asciutto alla scena dell’esecuzione, quando J.C. rifiuta il cappuccio sugli occhi: «Ti prego, capo, non mettermi quella cosa in faccia. Io ho paura del buio». Ma sono altre le sue parole che mi inseguono da anni: «Sono stanco, capo. Stanco di andare sempre in giro solo come un passero nella pioggia. Stanco di non avere un amico che mi dica dove andiamo, da dove veniamo e perché. Stanco soprattutto del male che gli uomini fanno agli altri uomini. Stanco di tutto il dolore che sento nel mondo ogni giorno. Ce n’è troppo per me. È come avere pezzi di vetro conficcati in testa». Vorrei tanto ovattare la tua sofferenza con la mia stupida leggerezza, J.C. Ma ho imparato, anche da te, che sofferenza e amore sono vibrazioni di una stessa corda. Chi per non soffrire la strappa, non sente più niente. Ed è quella l’unica morte di cui avere paura.”

(Massimo Gramellini, La Stampa. 5/09/2012)

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